Il “Presepe” a Ripa

presepe 2011 013

In un pomeriggio a lungo atteso, si è svolta, tra le vie del centro storico del paese,  la rappresentazione della storia della nascita di Cristo, dall’annunciazione  all’arrivo dei re magi. Attori: gli alunni della scuola Primaria di Ripa.
La manifestazione si doveva tenere prima di Natale, ma le avverse condizioni meteo di quei giorni (neve), ne hanno consigliato al rinvio alla data del 2 gennaio.
La partecipazione del paese è stata numerosa e corale, vuoi per quanto andava in rappresentazione, vuoi per la presenza numerosissima di ragazzi per la prima volta chiamati ad essere attori.   Svoltasi nella forma itinerante gli “attori” hanno rappresentato i momenti salienti del racconto storico.

Un vice fuori campo ha accompagnato le scene che riproponiamo:

Introduzione

Luca e Matteo sono gli evangelisti che hanno descritto la Natività. Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero mangiatoia recinto chiuso. La rappresentazione della nascita di Gesù è stata raffigurata già agli albori del cristianesimo come testimoniano le effigi del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Domitilla in Roma.

A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’Adorazione dei magi che si ammira nel Duomo di Milano, i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma.

Il presepio come lo vediamo rappresentare ancor oggi nasce secondo la tradizione dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme coinvolgendo il popolo nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223 e così riportato dal biografo Tommaso da Celano:

Francesco meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva a pensare ad altro.

A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore.

Viveva a Greccio, un nobile uomo di nome Giovanni, di buona fama, molto caro al beato Francesco perché, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico, vorrei fare memoria del Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale si accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco, vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e s’introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.

E possiamo sperare che anche il nostro paese possa per alcune ore respirare le sensazioni divine che furono di quella notte santa!

L’Annunciazione

Al sesto mese [di Elisabetta], l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallegrati, pie­na di grazia: il Signore è con te».

A queste parole ella fu molto turbata e si domanda­va che senso avesse un saluto come questo.

L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai tro­vato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”. (Lc 1, 26-31)


L’Annunciazione, narrata all’inizio del Vangelo di san Luca, è un avvenimento umile, nascosto, nessuno lo conobbe, se non Maria, ma al tempo stesso è avvenimento decisivo per la storia dell’umanità.

Quando la Vergine disse il suo “sì” all’annuncio dell’Angelo, Gesù fu concepito e con Lui incominciò la nuova era della storia, la storia della salvezza che avrebbe avuto il suo compimento nella Pasqua.

L’incarnazione è il cuore del disegno di Dio creatore e salvatore.


È il sogno dell’amore di Dio che si realizza.

IL VIAGGIO VERSO BETLEMME

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.

Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.

Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide.

Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. (Lc2,1-5)

 

Raccontato in questo modo, e letto superficialmente, questo passo del Vangelo di Luca non sembrerebbe dirci molto di più dei puri fatti descritti.

Giuseppe e Maria si mettono in viaggio, cosa che Maria avrebbe volentieri evitato, per la curiosità della gente, per le difficoltà, i disagi, le sofferenze e il rischio del viaggio, per la paura di non avere abbastanza cura del Figlio.
Non è difficile immaginarsi Maria che in silenzio procede accanto a Giuseppe anch’egli in silenzio. Due persone in una moltitudine d’altre persone ognuna con una destinazione diversa, ognuna con una finalità diversa. Le strade erano affollate di viandanti perché il decreto di Cesare Augusto riguardava tutti, e per tutti era nata l’esigenza improvvisa di spostarsi dalla propria casa per raggiungere il luogo dove farsi registrare.Così, in questa marea di volti, passavano nel loro silenzio pieno di attese Maria e Giuseppe. Tutti avevano qualcosa da dire tranne loro. I loro discorsi avvenivano su un altro piano che non era il solito, essi dialogavano con gli sguardi, con gli accenni, con la preghiera.Maria sembrava assorta dai suoi pensieri, ma in realtà era ben vigile, perché anche lei si rendeva conto che la situazione richiedeva un’attenta vigilanza. Maria pregava. Pregava con il suo bimbo che le stava già insegnando a essere Mamma, pregava con il Signore che le stava insegnando, a essere umile e pregava con Giuseppe che le stava insegnando il senso del sacrificio.

INTANTO BETLEMMA SI AVVICINA.

LA NASCITA

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. (Lc2,6)Giuseppe e Maria si accomodarono “alla bell’e meglio” in una di queste tetre grotte accanto a qualche bestia. La mangiatoia, dove Gesù fu posato, suppone una stalla e le stalle, nella povera città di Davide, erano piccole grotte scavate nella roccia, nei dintorni delle case o nelle colline che circondavano Betlemme.

Dalle parole dell’evangelista si deduce che il parto avvenne senza l’aiuto di altre persone. La madre stessa accudisce il neonato, lo avvolge nelle fasce e lo depone nella mangiatoia, dove Giuseppe, che neppure è nominato, avrà disposto della paglia pulita.

Il Messia d’Israele viene, dunque, al mondo nella semioscurità di un’appartata grotta scavata nella roccia. Ed è un sovrano tanto diverso dall’Erode che regna su Gerusalemme circondato di lussi nel suo palazzo dorato.

Sarebbe potuto nascere nella culla più preziosa della terra, nel regno più ricco e nella famiglia più nobile…invece niente di tutto questo.

Nell’albergo non c’era posto per loro.

In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro – per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro.

L’ANNUNCIO AI PASTORI

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo, oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc2,6-20.)

Betlemme era situata ai limiti della steppa, terra incolta e arida, sfruttata a pascolo di greggi. Le pecore di solito rimanevano fuori anche di notte nella steppa sorvegliate dai pastori. Questi avevano una pessima reputazione; erano considerati ladri e violenti, sporchi e non osservanti della legge giudaica, e quindi disprezzati soprattutto dai farisei e dagli scribi. Questi pastori vivevano ai margini della società, perfino la loro testimonianza nei tribunali non era accettata. Proprio a loro è dato l’annuncio della nascita del Salvatore, di chi li avrebbe accolti, amati in modo particolare, soprattutto perché abbandonati, esclusi dalla società.

Andiamo fino a Betlemme, come i pastori. L’importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso.

Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenute i simboli nuovi della onnipotenza di Dio.

Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo, dove Egli continua a vivere in clandestinità.

A noi il compito di cercarlo.

L’ARRIVO DEI MAGI

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni

Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che

è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo

venuti ad adorarlo».

All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo.

Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo

del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima

delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il

pastore del mio popolo, Israele”».

Essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. (Matteo 2, 1-12)

Arrivati a Gerusalemme i Magi trovano l’indifferenza della città e il sarcasmo di Erode. Non è facile il cammino della ricerca di Dio, ieri come oggi. La nostra cultura che mostra tutta la sua indifferenza, sul sentimento religioso, certamente non ci aiuta nel nostro cammino.

E per questo che anche noi dobbiamo andare verso Betlemme con occhi che vedono nella notte, occhi smisurati e immensi, occhi che sanno intravedere i colori dell’alba. Occhi di speranza.

E’ di questi occhi che hanno avuto bisogno i Magi nel loro cammino, quando la stella sembrava sparire, quando l’incertezza e il dubbio vincevano sulla fiducia. Quando tutto sembrava invitare a lasciar perdere, a tornare indietro.
E’ di questi occhi che abbiamo bisogno per vivere e credere il Natale. Per vedere in un Bambino il nostro Dio. Per lasciarci guardare da Lui.
E’ in questi occhi che è possibile leggere la nostra fede.

(Prof. Graziano ESPOSITO)

 



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